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martedì, 21 febbraio 2006

Contatto ravvicinato

Ad un tratto, proprio sopra Cà di Santuccio, la mulattiera scomparve in un campo di erba medica. Saranno state le ore dieci, mi sedetti per riposare un po' e rimirare il panorama. All'orizzonte, in primo piano, vedevo il monte Aquilone con una nuvoletta bianca a mo' di cappello sulla cima, e oltre, la catena del monte Carpegna, più a ovest il monte Comero ed il Fumaiolo, poi cento altri dolci colli che andavano declinando a scala nell'ampia valle modellata dal fiume che da sempre vi scorreva come una vena. Mentre gustavo quella corroborante visione d'insieme, certamente non paragonabile ai panorami mozzafiato delle Dolomiti, ma pur sempre bello e a me più familiare, mi parve di udire un canto; prima flebile e poi sempre più forte e molto vicino. Intuii trattarsi di un coro il cui canto era davvero dolce e soave, direi celestiale. Sorpreso, cercai di capire donde provenisse. Mi guardai intorno, ma per un ampio raggio non vidi nessuno, o meglio, come è in uso dire in simili circostanze "nei dintorni non v'era anima viva". Allora pensai provenisse dalla chiesa di Sorbano, anche se distante almeno un chilometro in linea d'aria. Le parole del canto che mi giungevano sembrava latino e la musica, gregoriano, da ciò dedussi che, forse per uno strano gioco di eco, dovesse provenire dalla chiesa. Ma poi, riflettendo, trovai strano che a quell'ora di un giorno feriale vi si celebrasse una funzione. La cosa che di colpo mi fece trasalire e accapponare la pelle fu l'improvviso rammentarmi che la chiesa era stata chiusa per pericolo di frana alcune settimane prima, perciò non poteva in alcun modo provenire da lì." Ma allora dove sono questi cantori che sento qua intorno ? ". Mentre ad intermittenza il canto mi continuava ad arrivare chiaro all'udito, mi alzai e, per guardarmi meglio intorno, salii sopra un masso poco distante. Fu allora che ebbi la certezza della provenienza di quel canto corale. Sotto di me, a qualche centinaia di metri, scorsi il piccolo cimitero, ben visibile laggiù in pieno sole, al centro del quale si erge alto e maestoso un vecchio cipresso. Ma all'interno non scorsi alcun essere vivente. Mi convinsi che il melodioso canto poteva provenire solo dal camposanto. Non v'era altra spiegazione logica e razionale, considerato il luogo isolato. Questa convinzione quasi mi rasserenò e placò la tensione che mi aveva invaso per tutto il corpo. entamente i brividi di paura passarono. Per darmi una risposta, pensai che quel coro così intonato fosse composto dalle tante persone che nei secoli avevano vissuto, gioito e penato su quei greppi, nelle case che poco prima avevo visto abbandonate, e dopo la loro morte, lì erano stati posti a riposare nell'attesa della risurrezione. Le loro anime si preparavano all'imminente festa di Tutti i Santi, cantando insieme inni al Signore. Mentre questi pensieri si accalcavano tumultuosi nella mia mente, l'armonioso canto improvvisamente cessò. Stordito e confuso, ripresi il cammino verso casa.
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Postato alle ore 16:48 | link |

Tracking

Lasciai l'abitazione e, a piedi, mi diressi verso monte con l'intento di risalire la parte sud del colle che si erge per 800 metri sulla sinistra del fiume ad un chilometro dal paese. L'idea era quella di raggiungere la vetta ripercorrendo la vecchia mulattiera, con la speranza di ritrovarla agibile dopo anni di abbandono. Ben attrezzato, con bastone e scarpe da tracking, salutai la mia giovane moglie che restava a casa con i due figlioletti e intrapresi il cammino carico di buona volontà, energia e grande euforia. I primi trecento metri di salita furono alquanto facili, dato che il sentiero era praticabile, essendo ancora un passaggio obbligato per i cacciatori e cercatori di funghi. A metà di questo primo tratto raggiunsi un'anziana signora, con una sporta in una mano e un bastone nell'altra, lentamente saliva il sentiero nella stessa direzione. Per un tratto mi misi al suo passo. Disse di avere settant'anni e che tutti i giorni saliva, dal fondovalle per il sentiero fino alla Cassandra, la vecchia casa dove aveva vissuto per trent'anni con suo marito, da qualche tempo deceduto. Vi si recava per accudire ai suoi animali: pochi conigli, cinque galline, un gatto ed un cagnolino. Parlammo del più e del meno, convenimmo che dopo diversi giorni grigi, questa era veramente una giornata splendida. "Un altro dono di Dio" sentenziò rivolta al cielo. Mi parve una donna ancora energica, serena e piena di buon senso, proprio come mia madre alla quale assomigliava in modo sorprendente. Arrivati alla sua casa, la salutai e proseguii puntando alla sommità del monte. Lungo il sentiero, ancora abbastanza praticabile, mi imbattei in diversi borghi e casolari abbandonati, i cui nomi mi erano noti, ove, fino agli anni sessanta, vi pulsava un'intensa vita: case rurali dove per secoli avevano vissuto, pigiati in anguste e misere stanze, famiglie numerose con nugoli di figliuoli e tanti animali domestici. Tutt'intorno solo campi e boschi stesi sui pendii del monte. Ora non si udivano più grida di ragazzi, voci di donne, belati e muggiti di animali, ma vi regnava un silenzio assoluto e spettrale. Si potevano notare solo ruderi assaliti da rovi e vitalbe, e… tanto squallore. Diverse case senza infissi che, resistendo alle intemperie erano ancora intatte, ti fissavano con quelle occhiaie nere vuote, da mettere i brividi. Una desolazione che, malgrado la giornata "speciale", mi riempì il cuore di malinconia. Ricordavo i nomi di quelle località perché, quando bambino, subito dopo la guerra, andavo col babbo al mulino, laggiù nel fiume, spesso incontravamo i coloni che le abitavano, i quali con asini o muli vi scendevano a macinare i cereali. Venivano dalla Cassandra, da Cà di Marco, da Cà di Santuccio, dalla Casaccia, dalle Ville, dal Greppo, da Capro, dalla Liscia, dalla Punta o da Tezzo.
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Postato alle ore 16:46 | link |

Un giorno particolare

Penso che nel corso della vita vi siano per tutti quei giorni "speciali" nei quali, per un particolare stato d'animo, il cuore trabocca di gioia e tutto pare più bello, la natura più armoniosa, le persone più buone e simpatiche. Sono momenti fantastici nei quali si percepisce più che mai l'appartenenza al creato e, allo stesso tempo, si ha la sensazione di esserne i padroni. Percezioni intense e coinvolgenti, che si provano più frequentemente durante l'adolescenza che nell'età matura, durante la quale prevalgono le problematiche del lavoro, della carriera e della famiglia, che coprono come un velo di cenere la brace accesa che è dentro di noi, e ci impediscono di assaporare appieno la vita. Da adulti si è troppo presi dall'incessante e vorticoso susseguirsi delle quotidiane fatiche per accorgerci dei miracoli che la natura compie sotto i nostri occhi: un bel tramonto, un campo di papaveri, un cielo stellato in una limpida notte d'estate, o il canto di un usignolo che annuncia la primavera. Fu in uno di questi giorni "particolari", nei quali lo spirito emerge a fior di pelle e le sensazioni sono più intense che capitò ciò che cercherò di descrivere. La giornata, fin dal mattino, si presentò splendida, di quelle che ti fanno dire: "Grazie Signore di essere qui e godere delle Tue meraviglie". L'aria limpida e tersa, il cielo di un celeste vivo, in contrasto con qualche solitaria nuvola bianca che lentamente vi navigava diretta a levante. Il sole continuava ancora la sua funzione di scaldino della terra, ma senza strafare. Le piante stavano assumendo i caldi colori autunnali, le prime foglie gialle si staccavano dai rami e, spinte da una lieve brezza, dondolando, andavano a sdraiarsi sul terreno per poi lentamente fondersi con esso in perfetta osmosi, i grilli erano alle ultime note del loro concerto; un magnifico ottobre stava per finire. Quel particolare stato d'animo e quella giornata speciale prepotentemente m'invitavano ad uscire da casa ed immergermi nella natura che mi circondava come in un bagno ristoratore.
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Postato alle ore 16:45 | link |